"Infanzia è il cuore di fuoco che brucia silenziosamente.
L'arte si piega su quella fiamma e si riscalda"

I paradossi dell'auxologia letteraria
Dalla letteratura e dalla filosofia
arrivano i chiari segnali di bambini-uomini


"Appunti di un critico letterario" di Marino Biondi

Nel mare delle origini
L’infanzia nella letteratura moderna riveste un ruolo fondamentale per orientare la ricerca del poeta e dello scrittore. E non solo in letteratura. Anche la filosofia, dopo la fine dei sistemi per soli uomini adulti e storicisticamente formati, si è accorta che è assai fruttuoso pescare nel mare delle origini per afferrare almeno un lembo d’identità umana. L’infanzia non è soltanto il punto di partenza per una crescita che sarà o dovrà essere lineare, progressiva, psicologico-evolutiva, tendente al fine della maturità, ma un grembo sempre costantemente attivo di fermenti, di vita propria, in un’autonoma dimensione, con una specifica potenza. Inesausta, perturbante potenza di irradiazione sensoriale, di memorizzazione preistorica, di determinazioni si dica pure inconsce all’azione dell’uomo.
L'impulso speleologico dell'artista
Se l’uomo è un vulcano la cui attività eruttiva nessun osservatorio geotermico potrà mai dichiarare estinta, l’infanzia è il cuore di fuoco che brucia silenziosamente, ininterrottamente nel fondo del cratere. L’arte si piega su quella fiamma e si riscalda. Più intorno e all’esterno avanza la glaciazione delle norme e dei disagi da civiltà, maggiore è l’impulso speleologico dell’artista a cercare conforto e ispirazione in quella calda caverna. Si potrebbe immaginare un collettivo rifugio in un’arca infantile per oltrepassare e vincere il diluvio di depressione che ci annega. L’arte moderna non crede più a mete finali da conseguire. A prodotti umani da edificare e consegnare rifiniti alla posterità. Si potrebbe dire che se la letteratura classica è nutrita dei valori e degli ideali dell’uomo fatto, del vir clarus, la letteratura moderna si nutre e si feconda a contatto con un essere che non è mai compiuto, non chiaro ma torbido, non schietto ma equivoco, non eloquente ma affetto da una balbuzie, residuo preverbale di infere frequentazioni, con un abbozzo in trasformazione, inquieto, inquietante, ubiquo, ricco di infinite virtualità e oppresso dalla sua imperfezione.
Il bambino-uomo
Diarchia di ricchezza e miserie, il bambino-uomo si dibatte fra i suoi talenti e la sua povertà, le sue qualità innumerevoli e le impossibilità che gli sono opposte dalle circostanze, da contesti ostili, dalla tribù sorda e cieca dei "cresciuti". Assai più naturalmente di uno scrittore gotico per professione, il bambino ha il senso della fatalità e dell’incubo. Pur con una mentalità onnipotente, egli è ovunque stretto, chiuso, determinato. E’ anche un’intuizione filosofica nel pensiero moderno (Nietzsche) che l’uomo sia una tipologia per definizione indeterminata, che l’antropologia sia una zoologia incoerente, confusa, velleitaria, in incongrua metamorfosi oltre se stessa. Pertanto il valore dell’infanzia è vistosamente accresciuto anche da un punto di vista teoretico, perché di un’antropologia già approssimata e imperfetta, sedicente razionale, follemente ambiziosa, l’infanzia è la più indefinibile premessa, una chiosa di mistero su un codice umano altrettanto illeggibile. La paura è fra queste virtualità un’espressione psichica privilegiata, una specie di corrente ad alta tensione che avverte l’infante, e il bambino che dura dentro l’uomo, di pericoli e agguati, una corrente che scuote la materia della vita, vivificandola e disorganizzandola, ed è, come diceva un filosofo della disperazione, la coscienza di chi non ha coscienza.
Solo nell'universo
Chi più di un infante è portatore di angoscia? Egli è solo nell’universo, ché non si dà alcuna fratellanza, né complicità organizzata, come fra gli adulti. Nessuna leopardiana "social catena" promuove la solitudine dell’infanzia al rango della solidarietà, che può limitare l’orrore dell’uomo di essere intrappolato in questo segmento fra la nascita e la morte. L’infante si muove su un impulso di conoscenza ripagato con il terrore. Ogni soglia violata si sconta con i brividi di un’innocenza che ha iniziato dal vizio cognitivo il suo cammino di perdizione. Gli autori citabili sono molteplici, ma in ambiti culturali assai diversi basterebbe limitarsi ai casi di Giovanni Pascoli e di Marcel Proust. Entrambi fondano letteralmente i loro universi sul nucleo infantile che resiste ad onta di ogni impulso maturativo e di crescita.
Pascoli
Pascoli è l’eterno fanciullo abbandonato, diseredato, che piange la perdita dei suoi cari nel deserto del mondo. L’infante pascoliano è un modello grandioso di piccineria, fors’anche di meschinità. Egocentrico, solidale solo con il suo pianto isterico, sobillatore di ombre, zappatore di funebri zolle cimiteriali. Grande poeta, si diceva di lui, ma piccolo uomo. Certo Pascoli è poeta in virtù di una moralità deforme, di una crescita abortita. Ma che ce ne faremmo di un grand’uomo poeticamente sfiatato, pomposamente afasico? L’arte non è moralista, piuttosto eticamente iniqua. Premia i mostri. Non è in discussione la valenza etica, quanto la drammaticità di quello stato perenne di infanzia prolungata. Poiché il bambino è l’immagine stessa della dipendenza, minacciato, instabile, perseguitato dalla realtà. Un formidabile agente di dramma. La realtà per lui non è che meraviglia o maleficio. Trascorre fra miracoli e sortilegi. Qualsiasi ombra intorno a lui è un’invadenza perigliosa. Egli ha il senso terrestre, non necessariamente metafisico, dell’eternità, lui stesso essenziato d’intemporalità. Una mente che sappia conservare nel tempo quel patrimonio primitivo di terrori, odi, seduzioni, ne è potenziata. Rischiarata al buio delle origini, illuminata dalle tenebre. I geni sono questa mirabile-mostruosa accoppiata di nanismo psichico e sapienza ipofisaria.
Proust
L’io proustiano è altrettanto piccolo e informe, una ameba che nuota per tutte le vie d’acqua della vita e del romanzo, passa dalle grandi arterie liquide della memoria di affetti alle vene fognarie del sordido e dell’abietto. Si trova stranamente, senza giustificazione alcuna, ovunque si celebrino i riti del vizio, della crudeltà e del sadismo. Che razza di scrittore è mai Proust, se non un bambino (di quattro anni, secondo la valutazione anagrafica di sua madre Jeanne Weil) che ha saputo scrivere prodigiosamente il dinamismo inarrestabile e perverso della soggettività infantile, riconquistata al termine di un vita vissuta all’insegna della perdita d’aura, della caduta di illusioni, della fine di tutto. Alla fine della cosiddetta evoluzione si torna al nano che è in noi, alla sua eterna insonnia nel nostro cuore piagato. All’arte moderna interessa relativamente o niente affatto esemplificare il percorso della progressione di crescita. Se l’inquietudine infantile sfocia nella rassegnazione, nella prudente tristezza dell’adulto ragionevole, sembrano all’unisono dirci letteratura e filosofia, c’è un guadagno nella crescita, tanto più se è corretta e magnificamente progressiva? Infanzia, tara adamantina del genio. Per essere profondi, diceva Cioran, non c’è che immergersi nelle proprie tare. Insomma, alla luce di questi incerti appunti, pare che dovremmo disporci, per un’arte e un pensiero meno conformi, a sistematici attentati ai parametri dell’auxologia.

articolo di Marino Biondi
(gennaio-aprile 1997)
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