Resiste il tabù della madre buona. Per questo
i tribunali continuano a privilegiarla con l'affidamento
Volevi papà? Arriva mamma
Nessuno sembra ascoltare davvero i desideri
e le paure dei figli quando i loro genitori
decidono di separarsi
di Massimo Papini

Il tabù della madre buona
Fra le molte persone e istituzioni che si occupano dei figli di genitori separati troneggia ancora il tabù della "madre buona". Madre considerata, spesso d’ufficio, legittima affidataria dei figli.
La condotta dei responsabili è più o meno consapevolmente influenzata da loro problemi parentali e di coppia presenti e passati. Spesso l’attuale condizione sociale, la maturità e la posizione dei figli di coppie separate sono considerate anacronisticamente, come al tempo dei primi divorzi. In una classe i bambini davano la baia al figlio dell’unica coppia unita dicendo: "noi abbiamo otto nonni e tu quattro, bene, bene!".
Si pecca di esterofilia mutuando criteri da studi e leggi di altri Paesi, come l’affidamento congiunto, provvedimento da noi inutile, perché i genitori lo potrebbero attuare se si separassero in modo meno conflittuale, raro evento per la cultura familiare Italiana, caratterizzata comunque da forti legami relazionali.
Tribunale e appello
Il minore non è giuridicamente salvaguardato in tutto il percorso giudiziario dal Tribunale dei Minori e, ad esempio, in Appello costituisce giuridicamente un bene affidato al vincitore, magari insieme all’assegno di mantenimento e all’abitazione. Pertanto non stupisce che gli avvocati aumentino la conflittualità fra i genitori (in un caso il padre ha sporto ventisei denuncie contro la madre e questa sette contro di lui) e neppure che, viceversa, figli e casa vengano assegnati al coniuge privo di risorse da Giudici "caritatevoli". E non parliamo delle eventualità per così dire particolari, quali i figli di genitori non sposati, i figli adottivi di coppie che si separano, il trasferimento in altra città di un genitore separato, i genitori separati di un figlio disabile, eccetera. Sebbene magari non si capisca proprio perché i due coniugi che si stanno separando si siano sposati, sarebbe utile comprendere almeno perché si dividono. In certi casi si potrebbe evitare di inseguire inutilmente il genitore che fugge le responsabilità, affidandogli i bambini per costringerlo a curarsene. Inoltre, quantunque la separazione sia tuttora considerata come un evento statico, essa risulta invece un processo dinamico che presenta fasi psicologiche, sia per i coniugi che per i bambini, che sarebbe bene tener presenti per inserire utilmente qualsiasi provvedimento.
Le fasi psicologiche dei genitori
Per i coniugi si possono evidenziare: 1) fase della conflittualità aperta: genitori disorganizzati, instabili, incoerenti confusi fra atti aggressivi e valenze riparatorie, fra lotta e fughe, fra avidità e donatività; 2) fase della conflittualità ufficiale: l’ingresso degli avvocati nella vicenda pone come obiettivo la vittoria del conflitto tecnico e la ricerca di documentazione negativa e di colpi bassi contro l’altro coniuge esacerbando la contesa; 3) fase fredda, caratterizzata da conflittualità latente e permanente al termine della contesa giudiziaria: i genitori sono apatici, distratti, regressivi, talora indifferenti nei confronti dei figli. Si assiste all’eventuale riassorbimento del coniuge separato nella famiglia d’origine; 4) fase di compenso: costituisce lo stato stazionario a seguito del divorzio, con l’eventuale nascita di nuove coppie; comunque in genere dopo l' anno molta della conflittualità acuta si esaurisce e si può parlare adeguatamente dell’organizzazione dei figli.
Le fasi psicologiche dei figli
Analoghe fasi, diligentemente ignorate, si riscontrano nei bambini:
1) fase di negazione e disorientamento: i bambini assistono a litigi e discussioni, vengono sballottati da nonni od amici, vivono in un clima incandescente e reagiscono di conseguenza (reazione "non è vero", manifestazioni di disagio, tristezza, insicurezza, ansia, confusione psicologica e pratica, insuccesso scolastico); 2) fase del parteggiare: i bambini lottano per riunire i genitori e, se ci sono più fratelli, ognuno parteggia per un genitore, dividendosi sottobanco l’incombenza complessiva di ingelosire i genitori, per riunirli; 3) fase cinica, caratterizzata da atteggiamenti utilitaristici. Una madre in corso di separazione ricevé i due figli di 10 e 12 anni che dichiararono: "il babbo ci ha promesso che se andiamo a stare con lui ci comprerà un sacco di regali. Se veniamo con te cosa ci dai?" La madre somministrò loro un gran ceffone e disse: "Se starete con me avrete sempre uno schiaffo ogni volta che vi comportate da stronzi!" I bambini rimasero con la mamma; 4) fase di compenso - adattamento.
Il personaggio di "babbomamma"
Spesso in questo processo vengono sottovalutati i problemi psicologici dei bambini. Nel primo triennio e nell’adolescenza i figli passano periodi critici, in quanto lo sviluppo è accelerato e conviene rinviare perfino un’inevitabile separazione. Le loro reazioni principali sono dovute al senso di perdita di uno dei genitori, con le conseguenti reazioni di lutto. Ma i bambini si costruiscono, oltre alle figure del padre e della madre, anche il personaggio simbolico di "babbomamma", che conferisce ai genitori complementarità, compensando nella fusione tutti i loro difetti e le proiezioni scomode (ad es. edipiche) dei bambini. Nella separazione questo personaggio immaginario si spacca, liberando rabbia, ansia, insicurezza, gelosia e sensi di colpa. Si ha una recrudescenza edipica in quanto il bambino dopo la separazione torna a letto con la madre e spesso la recrudescenza risulta transge-nerazionale, col ritorno del genitore separato a casa dei nonni e regressioni dell’intera famiglia, tanto che talora il bambino finisce per rappresentare il figlio immaginario della madre con il nonno. La frattura della famiglia può interrompere il processo della triangolazione, evoluzione sana e corretta del complesso edipico.
Sarebbe bene impiegare attenzione e impegno ad ascoltare i figli, benché le leggi e la prassi vigenti non prevedano che i minori, anche se magari hanno 17 anni, vengano ascoltati dai Consulenti Tecnici, o dal Giudice. Ne risultano soluzioni demenziali, come bambini affidati alla mamma per quattro giorni la settimana e al babbo per tre.
articolo di Massimo Papini
(gennaio-aprile 1997)
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