Le prepotenze nella scuola non sono ragazzate
anche se spesso vengono sottovalutate
Vittime, insegnanti e bulli
Non di rado, chi le subisce
non si sente sostenuto dagli adulti.
E tace
"Quante prepotenze nelle scuole" di Andrea Smorti

Sopraffazioni in aumento
La parola prepotenza suggerisce l’idea di un atto di sopraffazione ingiustificata e un po’ vigliacca di un individuo su un altro e può richiamare nella mente di ognuno di noi episodi direttamente vissuti, o conosciuti attraverso i giornali e la televisione. Il sospetto che allora si affaccia è che le prepotenze siano così diffuse da essere parte integrante della stessa vita sociale. A partire da questa impressione generale non è dunque problema di poco conto domandarsi in quale misura il mondo infantile sia segnato da queste forme di condotta. In effetti giornali e televisione, con allarmante frequenza, vanno segnalando episodi di sopraffazione, di violenza e di ricatti anche tra bambini. L’entità del fenomeno, in tutte le sue varietà e gradi, è del resto ormai accertata anche da numerose ricerche condotte in molteplici aree geografiche e culturali del mondo: dalla Scandinavia, all’Inghilterra, agli U.S.A., alla Spagna e al Giappone (cfr Olweus, 1993).
Recentemente anche in Italia sono iniziati studi sistematici volti a valutare la diffusione di questo fenomeno nelle nostre scuole, e i primi dati provenienti da campioni toscani, calabresi (cfr. Fonzi, 1995; Fonzi, Ciucci., Berti. e Brighi, 1996; Genta, Menesini., Fonzi. e Costabile, 1996) sono piuttosto allarmanti; nelle scuole elementari il numero dei bambini che dichiarano di subire prepotenze con regolarità una o più volte la settimana oscilla dal 13% al 19%, nella scuola media attorno al 10-11%. Questi dati risultano essere superiori a quelli rilevati in altri paesi come l’Inghilterra.
Ma cosa precisamente intendono gli studiosi col termine prepotenza? La prepotenza è una relazione tra due o più persone caratterizzata da almeno tre elementi: 1. deve sussistere uno squilibrio di potere tra di esse (questo potere può derivare dalla forza fisica, dalle capacità, dal possesso di risorse materiali o sociali come l’appoggio di un gruppo); 2. Il più forte mette in atto condotte ostili verso il più debole (con mezzi fisici, verbali o anche attraverso il solo isolamento e rifiuto sociale) tale da danneggiarlo o ferirlo; 3. La situazione descritta nei punti 1 e 2 si ripete nel tempo più e più volte; non è sufficiente cioè un singolo episodio ma deve instaurarsi una forma di relazione che, cronicizzandosi, crei dei ruoli definiti: il ruolo di colui che le prepotenze le subisce (la vittima) e di chi invece le perpetra (il bullo). A questi tre elementi sarebbe tuttavia opportuno aggiungerne un quarto molto spesso presente.
Il bullo e un "altro"
Perchè una relazione di prepotenza si cristallizzi in modo siffatto è quasi sempre necessaria la presenza di un "altro" che colluda col bullo o che quanto meno lasci la vittima sola. E questo "altro" può essere rappresentato non solo dal gruppo dei compagni ma anche dagli stessi adulti che non "vedono" o non sanno intervenire in modo efficace.
Tutto questo ci fa capire meglio perché le prepotenze attec-chiscano così facilmente in ambiente scolare. Una scuola è infatti una comunità gerarchica nella quale coabitano per molte ore al giorno e per molti mesi all’anno ragazzi diversamente dotati sul piano del potere (all’interno della stessa classe e, a maggior ragione, tra classi di anni diversi). La posta in gioco - il successo scolastico, la popolarità, l’accettazione sociale - può essere così alta ed il clima relazionale così competitivo da creare un humus idoneo allo sviluppo delle prepotenze.
La sottovalutazione degli adulti
Il fenomeno delle prepotenze tra ragazzi viene spesso sottovalutato dagli adulti. Ciò per due ragioni. Intanto le prepotenze si svolgono ad un livello non facilmente percettibile all’occhio dell’insegnante e sono spesso tenute nascoste perché né la vittima né i compagni vogliono denunciare il "bullo"; in secondo luogo gli adulti stessi tendono a dimensionare questi episodi al ruolo di "ragazzate", peccati veniali sui quali è lecito chiudere un occhio. Ciò non fa che acuire ulteriormente il problema. In realtà sappiamo che gli effetti delle prepotenze, sia in chi le subisce sia in chi le fa, possono essere molto seri: la vittima può sviluppare acuti sentimenti di insufficienza personale, isolamento sociale, rifiuto della scuola fino a giungere a vere e proprie sindromi depressive; il bullo, d’altra parte, può ricavare un senso di impunità per i propri atti aggressivi, l’insegnamento che le prepotenze "pagano", e da qui giungere a considerare normali e legittime condotte antisociali.
Cosa si può fare
E’ bene dire subito che un lavoro unicamente rivolto ad intervenire sui "bulli" e sulle vittime sarebbe insufficiente. La rete di protezione che favorisce le prepotenze e lo stesso clima sociale che regna nella scuola renderebbe vani sforzi di questo tipo. Ciò che sembra necessario è invece un lavoro a più livelli principalmente centrato sia sul gruppo classe sia sulla scuola. Secondo questo modello, già messo in atto da chi scrive in una esperienza pilota condotta su una scuola media di un comune della provincia di Firenze, gli insegnanti apprendono tecniche specifiche atte a gestire le prepotenze nella classe dopo avere seguito corsi sistematici svolti da personale esperto. Si tratta di tecniche di gruppo che coinvolgono in vario modo il bullo, la vittima e i compagni. Successivamente sono gli stessi insegnanti a mettere in atto queste tecniche secondo un ritmo prefissato per un periodo di tempo abbastanza lungo (almeno un anno, ma dopo quattro mesi già si osservano i primi cambiamenti).
A questo lavoro se ne affiancano tuttavia altri due. Uno con le famiglie, per discutere insieme e definire modalità e strategie educative comuni, l’altro di "politica scolastica" - ciò che gli inglesi chiamano "whole school policy" - tale da coinvolgere tutta la scuola: il preside, l’intero corpo insegnante, il personale non docente. Questo lavoro è volto ad una riflessione sull’insieme di regole scritte o tacite che improntano le relazioni all’interno dell’istituto allo scopo di riorganizzarlo in maniera da favorire il più possibile un clima di sicurezza e di solidarietà.
Risultati incoraggianti
I risultati ottenuti sono per il momento incoraggianti a proseguire nella strada intrapresa. Con queste strategie infatti le prepotenze tendono a ridursi sensibilmente e si osserva un miglioramento a livello delle relazioni all’interno della classe.
Molta strada deve comunque ancora essere fatta per comprendere in pieno un fenomeno che si interseca con una molteplicità di variabili diverse. In questo quadro dunque la ricerca sul fenomeno delle prepotenze sembra destinata a spaziare entro aree e livelli diversi di realtà, che investono oltre alle caratteristiche personali e sociali del "bullo" e della "vittima" anche quelle di diversi sistemi sociali. Per questo, crediamo che, assieme agli psicologi, sul fenomeno delle prepotenze siano chiamati a svolgere un lavoro comune studiosi di varie discipline: come auxologi, sociologi, antropologi, giuristi, urbanisti, epidemiologi.
articolo di Andrea Smorti
(gennaio-aprile 1997)
Fonzi A. (1995),
Persecutori e vittime fra i banchi di scuola,
Psicologia Contemporanea, 129, 4-11.
Fonzi A., Ciucci E., Berti C., Brighi A. (1996),
Riconoscimento delle emozioni,
stili educativi familiari
e posizioni nel gruppo in bambini che fanno
e subiscono prepotenze a scuola, Età Evolutiva, 53.
Genta M.L., Menesini E.,
Fonzi A., Costabile A. (1996),
Le prepotenze tra bambini a scuola.
Risultati di una ricerca condotta in due città italiane:
Firenze e Cosenza, Età Evolutiva, 53, 73-80.
Olweus D. (1993),
Bullying at school.
What we know and what we can do,
Blackwell, Oxford UK e Cambridge USA
(tr. it. Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi,
ragazzi che opprimono, Giunti, Firenze 1996).
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